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Turchia, il legame tra calcio e politica

Turchia, il legame tra calcio e politica

2 gennaio 2018

Un intreccio a volte inestricabile. È quello che lega in Turchia il calcio e la politica. Fine ottobre 2017, Türk Telekom Arena di Istanbul. Tutto esaurito per il derby Intercontinentale tra Galatasaray e Fenerbahçe. Gli ultrAslan, cuore del tifo dei padroni di casa, mettono in scena una coreografia maestosa, frutto di mesi di lavoro. È una gigantografia in tre dimensioni di Rocky Balboa, con tanto di pugno destro del pugile che si alza sulle note di Eye of the Tiger e uno striscione in lingua turca che recita: «Loro sembrano grandi perché tu sei in ginocchio. Ora alzati!». Un messaggio semplice, efficace, che aiuta la diffusione del capolavoro degli ultrAslan in poche ore su Twitter. Il video del pre-partita viene rilanciato in ogni angolo d’Europa e del mondo. Tutto come previsto, o forse no. Perché ad Ankara il messaggio viene inteso diversamente. I rapporti tra alcuni leader degli ultrAslan e il movimento islamico Hizmet di Fethullah Gülen, dichiarato “organizzazione terroristica” dal governo di Ankara nel dicembre 2015 e ribattezzato Fetö (Fethullahçı Terör Örgütü), erano già sotto indagine da tempo. Viene aperta un’inchiesta, che accusa gli ultrAslan e il Galatasaray (che ha subito smentito ogni accusa) di aver espresso solidarietà al movimento.

LA RETE DI GÜLEN. Una rete complessa e mai veramente chiarita, quella costruita nel corso degli anni dall’ex imam Fethullah Gülen, ramificata, secondo le autorità turche, fino a introdursi in vari settori dell’educazione, dell’esercito e soprattutto della magistratura. L’ex procuratore Zekeriya Öz, ora in disgrazia a causa delle sue simpatie güleniste, era l’uomo-chiave delle Corti Speciali che hanno giudicato (tra gli altri) anche il Fenerbahçe nel caso match-fixing esploso nel 2011. Anche qui, calcio e politica: tutti gli imputati sarebbero poi stati assolti nel 2016, e le controverse Corti Speciali, finite più volte nel mirino della stampa internazionale a causa del processo-farsa Ergenekon, vengono smantellate. Prima tollerato e quasi inglobato dal governo centrale, il “sistema parallelo” gülenista si scontra con Recep Tayyip Erdoğan con la “tangentopoli turca” scoppiata a fine 2013, l’inchiesta con cui il procuratore Öz volta le spalle al governo. È un momento di grande tensione: Hakan Şükür, politico che da calciatore ha vestito in Italia le maglie di Inter e Torino, lascia l’Akp, il partito di Erdoğan, e viene seguito da molti altri deputati legati a Hizmet. Erdoğan, terrorizzato da una possibile spaccatura all’interno della sua coalizione di governo, rompe così del tutto i rapporti con l’ex alleato Gülen, palesando tutti i suoi timori. Paure forse giustificate, a giudicare dal tentato colpo di stato del 15 luglio 2016, considerato un tentativo operato dalla rete di Hizmet/Fetö per mantenere i suoi importanti ruoli d’influenza in Turchia.
«Ora non ho più dubbi sulla loro partecipazione al golpe», ha dichiarato allaNikkei Asian Review lo scrittore Orhan Pamuk, Premio Nobel per la Letteratura, una delle menti più raffinate del Paese e notoriamente tutt’altro che un estimatore di Erdoğan. Ha detto quello che molti pensano in Turchia, a partire dai tifosi dei club calcistici, che si ritrovano spesso coinvolti, loro malgrado, in giochi di potere che poco hanno a che fare con il pallone. «Ci ha danneggiato enormemente, questa lotta», dice aLettera43.it un membro degli ultras Nalçacılılar di Konya che chiede di mantenere l’anonimato. «Molti membri dell’attuale partito di governo sono coinvolti in Fetö, ma continuano a essere protetti grazie alle epurazioni avvenute nella magistratura dopo il 2016».

UN’INDUSTRIA IN ESPANSIONE. La battaglia tra l’Akp e i reduci gülenisti ha fatto una vittima illustre: il presidente del club cittadino, Ahmet Şan, che dopo aver vissuto la migliore annata nella storia del Konyaspor (vittoria in Coppa e Supercoppa di Turchia con qualificazione all’Europa League per la seconda stagione consecutiva) è stato costretto a dimettersi nell’agosto 2017 a causa dell’uso dell’app per smartphone ByLock, attraverso cui il network gülenista si manterrebbe in contatto per sfuggire ai controlli governativi. Da parte loro, i Nalçacılılar vorrebbero far conoscere il Konyaspor nel mondo grazie alle loro coreografie, non per le voci che tuttora aleggiano attorno a un club spesso ritenuto pro-Akp. «Tutto è politica, nel calcio turco», aggiunge Can Öz, direttore di uno dei gruppi editoriali più importanti in Turchia e fondatore del magazine di sport e cultura Socrates. «Ogni governo in Turchia, non solo l’Akp, ha cercato di essere coinvolto in prima persona nel calcio, perché controllarlo significa gestirne l’industria». Un’industria calcistica che, per ricavi, è la settima in Europa con un potenziale tuttora inespresso, che alcuni dirigenti stanno cercando di sfruttare. Il caso più recente è senz’altro quello del Başakşehir, club che sta rompendo l’egemonia delle “grandi” del calcio turco e campione d’inverno dell’attuale Süper Lig .

* Lettera43 in collaborazione con MondoFutbol.com